Il decreto con gli onori tributati a Prytanis di Caristo [Appendix epigraphica 1.1] è un documento fondamentale per comprendere la politica ateniese della seconda metà del III secolo a.C., quando la città, dopo la liberazione del 229, andava cercando un equilibrio tra le diverse forze attraverso un’oculata e difficile azione diplomatica. Dopo la sconfitta nella guerra cremonidea, che aveva visto Atene a fianco di Tolemeo II in funzione antimacedone, Atene dovette chinare il capo di fronte al Gonata: accettò guarnigioni macedoni al Pireo e sulla collina del Museo, un governatore macedone della città e perfino la nomina di alcuni magistrati cittadini da parte del re macedone; tali imposizioni furono però progressivamente alleggerite fino alla liberazione della città, per la quale le fonti riconoscono un ruolo fondamentale ad Arato di Sicione. [1] Fu lui a convincere Diogene, comandante delle truppe macedoni, a liberare Atene in cambio di un’indennità di 150 talenti, [2] che ci viene testimoniata anche dalle fonti epigrafiche; [3] la liberazione di Atene è però anche conseguenza del nuovo corso della politica macedone che, sotto Antigono Dosone, entrò in un periodo di raccoglimento, dopo le aggressive guerre del re Demetrio contro la lega etolica e la lega achea.
Se le fonti scritte esaltano il ruolo di Arato nel processo di liberazione, alcuni decreti onorari di Atene, per ribadire l’autonomia della città, attribuiscono un ruolo importante a due fratelli ateniesi, Euricleide e Micione; in aggiunta, alcune iscrizioni [4] ricordano personaggi ateniesi che, con le loro sostanze, finanziarono restauri e si fecero carico dell’indennità da pagare ai Macedoni; inoltre, un’altra iscrizione testimonia che la città, quasi a simboleggiare un nuovo inizio, stilò una nuova lista degli arconti con l’inizio nell’anno 230/229. [5] Nonostante questo, per mantenere un certo equilibrio, Atene continuò, come dimostra l’iscrizione con gli onori per Prytanis, ad avere rapporti con la Macedonia attraverso un’attenta e complessa azione diplomatica senza però cadere nuovamente sotto il giogo macedone: a Diogene [6] fu conferito il titolo di evergete, un posto d’eccezione in teatro, e gli vennero dedicate delle feste e un ginnasio, mentre a un tale Biti, [7] probabilmente stratego macedone, venne concessa la cittadinanza. In tale contesto, l’iscrizione con gli onori a Prytanis è un documento eccezionale, simbolo della politica ateniese; dall’iscrizione emergono abbastanza chiaramente l’importanza e la difficoltà del compito affidato a Prytanis, perché, contemporaneamente, Atene si avvicinò a Tolemeo III. Un altro contemporaneo decreto, [8] infatti, in onore di Castore di Alessandria, φίλος καὶ οἰκεῖος [9] del re Tolemeo III, attesta il gioco d’equilibrio di Atene che, pur mantenendo attraverso Prytanis rapporti con Antigono Dosone, si legò ai Tolemei, come dimostra il fatto che nel 224/223 la città annoverò Tolemeo III Evergete tra le sue divinità, gli dedicò una nuova tribù, istituì una festa in suo onore e con i fondi reali inviati dall’Egitto costruì un ginnasio a lui dedicato.

Queste testimonianze evidenziano che Atene sembra aver appreso bene a muoversi nella complicata politica del mondo ellenistico. I rapporti con la Macedonia e, contemporaneamente, con l’Egitto tolemaico denunciano la volontà da parte di Atene di trovare protezione senza rinunciare a gran parte della propria sovranità, come poi è anche testimoniato dalla sostanziale neutralità in politica estera in questi anni. Atene cercò dunque di mantenere la propria autonomia in un contesto politico greco assai complesso, che vide prima la guerra cleomenea e poi la guerra sociale, sulla quale già si allungavano le nubi che provenivano da Occidente. [10]

– Antonio Romano
Il personaggio onorato nell’iscrizione [Appendix epigraphica 1.1] è Prytanis di Caristo, figlio di Astyleides, [11] per il quale il demos e la boule decretarono vari onori per i meriti dimostrati nella missione diplomatica di cui fu incaricato. Infatti era pratica comune a quel tempo che le città dedicassero stele e onori di vario tipo agli eruditi, come artisti e poeti, ma anche filosofi, che viaggiavano per tutto il mondo greco, per partecipare ad agoni e in generale per dimostrare le loro abilità oppure perché scelti per svolgere incarichi diplomatici, come in questo caso. [12] Dalle fonti letterarie apprendiamo infatti che Prytanis fu un noto filosofo peripatetico: Plutarco (Quaest. conv., 612d)lo cita inserendolo tra i filosofi che usavano mettere per iscritto i discorsi che si tenevano durante i banchetti; la Suda [13] ci informa del fatto che fu maestro del filosofo Euforione di Calcide, protagonista, insieme a Prytanis, di un aneddoto raccontato da Ateneo; [14] Polibio [15] invece riporta che fu legislatore della città di Megalopoli e che era uno dei più illustri rappresentanti del Peripato. Uno dei requisiti fondamentali per un ambasciatore era infatti avere fama e prestigio poiché l’ammirazione di cui godeva avrebbe favorito l’esito della sua missione: spesso gli ambasciatori sono connotati nelle fonti come individui celebri, degni di fede e fiducia. [16]
Il nome del filosofo compare inoltre in un altro frammento di stele all’interno di una corona, accompagnato dalla menzione della boule e del demos, come in calce al decreto. [17] Si potrebbe trattare di una seconda copia dello stesso decreto onorario, nel cui testo però non viene fatta menzione della “doppia” pubblicazione del decreto: le disposizioni date al segretario della pritania [Appendix epigraphica 1.1, 45–47] non comprendevano l’incisione di due copie della stessa iscrizione. Potremmo anche pensare a una dedica onoraria oppure a un altro decreto onorario per Prytanis, successivo a quello in questione in cui si accenna, infatti, alla possibilità che Prytanis riceva in futuro altri onori (41–43). Lo stato frammentario dell’iscrizione non permette di sbilanciarsi a favore di una ipotesi in particolare.
Nel testo del decreto sono spiegate chiaramente le motivazioni specifiche che portarono alla proposta di un riconoscimento pubblico per tale personaggio, iniziativa di cui si fece portavoce Thoukritos figlio di Alkimachos, un esponente della politica filomacedone ateniese (legato proprio per questo quindi alle vicende di Prytanis) che era stato stratego nel periodo della guerra cremonidea. [18] La descrizione delle buone azioni di Prytanis e l’enumerazione delle sue doti occupano poco più di un quarto del testo, dalla linea 11 alla 26: in questa lunga clausola motivazionale, il personaggio viene lodato in primo luogo, come avviene nella maggior parte dei casi, per la sua benevolenza nei confronti del popolo (εὔνους ὢν τῶι δήμωι) e in generale per essersi sempre interessato alle vicende della città [Appendix epigraphica 1.1, 11–13]. Proprio per questa sua cura del bene comune, Prytanis viene scelto dalla città stessa per svolgere un importante incarico diplomatico alla corte di Antigono Dosone. Il nome del re Antigono è assente sulla pietra: la linea 16 presenta infatti un’erasione che interessa all’incirca 22 lettere. Probabilmente anche alla linea 19 doveva comparire il nome del sovrano, che anche in questo caso è stato eraso volontariamente. È possibile integrare la prima lacuna con “πρὸς τὸν βασιλέα Ἀντίγονον”, mentre per la seconda, di circa 9 lettere, si può ipotizzare un’integrazione del tipo “τῶι βασιλεῖ” oppure “Ἀντιγόνωι”. Si tratta evidentemente della damnatio memoriae decisa da Atene nella primavera del 200 a.C. durante la seconda guerra macedonica per colpire tutto ciò che ricordasse Filippo V e i suoi antenati: dopo aver eliminato le due tribù macedoni, la città decretò che ogni statua, immagine e iscrizione venisse distrutta e ciascun giorno festivo e ogni sacerdozio venissero soppressi. [19] La polis scelse dunque come intermediario tra Atene e il re macedone uno straniero che sapesse sostenere gli interessi della città come se fosse un cittadino ateniese, ovvero “come se si impegnasse al massimo per la propria patria” [Appendix epigraphica 1.1, 21–22]. Nel ricordare questo evento, quindi, vengono esaltate le caratteristiche lodevoli del personaggio, il quale svolse il suo incarico diplomatico senza preoccuparsi dei possibili pericoli né delle eventuali spese, ma soprattutto con grande abilità oratoria (διαλεχθεíς). Una certa facoltà economica per poter sostenere le spese del viaggio era, infatti, uno dei criteri con cui venivano scelti gli ambasciatori, ma ancor più importante era la capacità oratoria, visto che di fatto l’incarico principale di un inviato era proprio quello di persuadere: [20] l’abilità retorica e la formazione filosofica di Prytanis erano alquanto adeguate, quindi, allo svolgimento di un incarico diplomatico delicato. Nell’iscrizione in realtà non c’è un esplicito riferimento alla sua attività di filosofo, ma ad essa plausibilmente alludono, stando a M. Haake, due termini tecnici: il verbo “διαλέγω” [21] e il sostantivo “παρρησία” [Appendix epigraphica 1.1, 19–21]. [22]
Cosa esattamente Prytanis fosse incaricato di trattare non viene esplicitato nel testo: probabilmente doveva assicurare e confermare ad Antigono la neutralità di Atene. [23] La mutazione della situazione politica internazionale, cioè l’accerchiamento di Atene da parte dei Macedoni e dei suoi nuovi alleati (la lega achea e beota), [24] poteva destare preoccupazione e rendeva necessaria la ripresa dei rapporti diplomatici tra Atene e la Macedonia. Prytanis era il candidato perfetto per una missione diplomatica presso la corte macedone essendo in ottimi rapporti con il re: Caristo, la sua città natale, era un’importante e salda roccaforte macedone [25] e inoltre il filosofo godeva della fiducia del re tanto che sarà incaricato da Antigono di dare nuove leggi alla città di Megalopoli distrutta da Cleomene nel 223 a.C. [26] Restano oscuri non soltanto gli obiettivi della missione diplomatica ma anche i suoi risultati. Questa mancanza può essere dovuta all’insuccesso dell’ambasceria [27] ; inoltre, anche l’insoddisfazione degli abitanti di Megalopoli relativamente alle leggi redatte da Prytanis su incarico di Antigono, di cui ci informa Polibio (5.93), potrebbe indicare il fallimento della missione. Secondo alcuni, [28] è anche vero però che, se Prytanis avesse fallito, molto probabilmente non avrebbe ricevuto gli onori elencati nel decreto. Il fatto che il filosofo si dimostri abile nel riferire gli eventi alla città e che, per questo, venga accolto benevolmente al suo ritorno ad Atene potrebbe offrire una soluzione mediana tra le due ipotesi; il ritorno di un ambasciatore e il suo resoconto sulla missione svolta costituiscono, infatti, un momento delicato e importante quasi quanto il viaggio stesso [29] ed è proprio per questo che è interessante come vengano sottolineati lo zelo (προθυμία) di Prytanis nel raccontare gli eventi e la sua capacità di non tralasciare alcun dettaglio importante [Appendix epigraphica, 1.1, 22–25]; [30] potrebbe essere quindi che egli abbia ricevuto gli onori nonostante il fallimento della missione proprio per il suo comportamento in questa occasione e quindi grazie alle sue abilità oratorie. In ogni caso, non sembrano sussistere elementi per affermare in modo definitivo né il successo né il fallimento della missione.

Si può dire quindi che il primo riconoscimento pubblico delle doti di Prytanis sia stato proprio il fatto stesso di essere stato scelto come ambasciatore; il ricevere un incarico diplomatico, proprio per la delicatezza del compito e per l’importanza relativa al bene dell’intera città, era infatti anche un grande privilegio e gli ambasciatori venivano nominati con grande cura tra i cittadini più notevoli. [31] Ma a inviati che dimostravano capacità pari a quelle di Prytanis la città doveva conferire anche onori concreti e manifesti a tutti, che costituissero una dimostrazione di gratitudine per l’impegno speso nell’accrescere il benessere dei cittadini [Appendix epigraphica 1.1, 25–27]. Perciò Prytanis riceve come primo onore la lode pubblica: il verbo ἐπαινέσαι (alla l. 32), così declinato, ricorre molto spesso nei decreti onorari di cui abbiamo testimonianza, proprio ad introdurre l’elenco degli onori stabiliti per il personaggio in questione, ed indica il conferimento dell’ἔπαινος, cioè una lode proclamata dall’araldo in determinate occasioni pubbliche. [32] Accanto alla lode, vengono decretati per Prytanis anche altri due onori più concreti, una corona e un pasto nel Pritaneo, in virtù della sua benevolenza e della sua generosità: l’espressione εὐνοίας ἕνεκα καὶ φιλοτιμίας riassume, nell’elencare gli onori, la lunga clausola motivazionale precedente, con una formula e con due termini specifici che ricorrono spesso nei decreti di questo tipo tra le ragioni degli onori conferiti al personaggio meritevole. [33]

-Eleonora Berti, Dorina Lustri
Nel decreto oggetto di analisi, la boule e il popolo stabiliscono di incoronare Prytanis “con una corona d’oro (di valore) conforme alla legge”, come riconoscimento per i servizi prestati alla città di Atene [Appendix epigraphica 1.1, 33–34].
Le corone conferite nei decreti ateniesi a noi pervenuti sono normalmente d’oro, come nel caso di Prytanis, o d’ulivo. Raramente troviamo corone di mirto, edera o alloro (in questo caso legate a specifici contesti geografici e/o cultuali). [34] L’evidenza epigrafica per il conferimento di corone auree inizia fondamentalmente dalla metà del IV secolo, con l’unica eccezione di V secolo riguardante la corona di cui fu insignito Trasibulo di Calidone come riconoscimento per l’uccisione dell’oligarca Frinico (410/409 a.C.). [35]
Dal punto di vista testuale, normalmente il conferimento della corona si esprimeva tramite l’infinito στεφανῶσαι seguito dall’indicazione della corona in dativo; già dalla metà del IV secolo a esso viene molto spesso abbinata la pubblica lode, la cui formulazione di solito precede il conferimento della corona, al quale è sintatticamente coordinato tramite la congiunzione καί, come nel caso dell’iscrizione di Prytanis. Sono attestati comunque diversi casi in cui è presente la sola lode non accompagnata dal conferimento della corona. [36] Il valore delle corone conferite era normalmente di 500 o 1000 dracme (sono registrate raramente corone di valore superiore o inferiore). Corone da 500 dracme erano riservate nella quasi totalità dei casi ad Ateniesi, mentre quelle da 1000 venivano concesse per lo più a personaggi stranieri di rilievo (o anche, metaforicamente, a stati esteri). Fin dalle prime dediche era abitudine specificare il valore della corona nel testo del decreto, consuetudine, questa, che viene soppiantata alla fine del IV secolo dall’indicazione del conferimento di una corona “in conformità alla legge”, come vediamo nell’iscrizione per Prytanis: il primo esempio di questo tipo ad Atene risalirebbe al 303/302 a.C., mentre le ultime attestazioni di specificazione del valore monetario risalgono a pochi anni prima. [37] È probabile che negli ultimi decenni del IV secolo i due modi di incoronazione si siano sovrapposti per alcuni anni. [38] Nei testi della seconda metà del IV secolo compaiono inoltre una serie di clausole aggiuntive, volte a specificare che l’effettivo conferimento della corona sarebbe potuto avvenire soltanto dopo che il destinatario avesse dato ragione della propria amministrazione e si fosse sottoposto a pubblico rendiconto, come conseguenza di una legge che proibiva esplicitamente di insignire con corone chi fosse ancora tenuto al rendiconto, come scrive Eschine (Contro Ctesifonte 11).
Oltre al conferimento della corona, poteva esserne deliberata anche la pubblica proclamazione, che veniva riportata nel testo con i verbi ἀνειπεῖν o ἀναγορεῦσαι. Poco frequente per gli stranieri, la pubblica proclamazione era concessa soltanto a sovrani o a individui che, illustratisi per qualche particolare merito nei riguardi della città, di solito venivano fatti cittadini nel medesimo frangente. Il caso di Prytanis, che ottiene la pubblica proclamazione ma non la cittadinanza ateniese, è in controtendenza rispetto a questa consuetudine, anche se, per il limitato numero complessivo di occorrenze di questo tipo, [39] la mancata concessione della cittadinanza a Prytanis può essere difficilmente vista come elemento che celi una qualche motivazione ulteriore (ad esempio, un riflesso dell’esito incerto della missione diplomatica).
La corona per Prytanis sarà proclamata “durante il nuovo agone tragico delle Dionisie cittadine e durante l’agone ginnico delle Panatenee” [Appendix epigraphica 1.1, 36–38], in linea con la prassi riscontrata ad Atene, secondo la quale le proclamazioni avvenivano proprio nel corso di queste feste. [40] Inizialmente si tendeva a effettuare le proclamazioni alternativamente nel corso dell’una o dell’altra ricorrenza, mentre è una tendenza che si afferma dalla metà del III secolo quella della proclamazione congiunta in entrambe le feste. [41] Tuttavia, a ben guardare, questo punto del testo risulta per certi aspetti problematico: sappiamo infatti che le Dionisie cittadine si sarebbero svolte nell’anno 225/224, mentre le Grandi Panatenee (le uniche in cui era previsto un agone ginnico) nel 222/221. Questo intervallo così lungo di tempo ha destato perplessità, e c’è stato anche chi ha ipotizzato che la proclamazione fosse prevista non per le Grandi Panatenee, ma per le Piccole Panatenee, che a differenza delle prime avevano cadenza annuale. Queste ultime però non prevedevano agoni, nominati invece esplicitamente nel decreto per Prytanis. [42] Per tale motivo questo decreto, insieme ad altri testi che presentano uno scarto temporale così lungo tra deliberazione e proclamazione della corona, è stato usato per sostenere la presenza di agoni anche nelle Piccole Panatenee. [43] Tuttavia, questo iato temporale non sembra sufficiente per stabilire che la proclamazione avvenisse alle Piccole Panatenee, che si caratterizzavano come feste di carattere locale, poco confacenti alla proclamazione di onori nei confronti di illustri benefattori della città, per i quali meglio si addiceva il carattere più “internazionale” delle Panatenee quadriennali. Non osta a questa ricostruzione la distanza considerevole tra deliberazione, prima proclamazione alle Dionisie e seconda proclamazione alle Panatenee, poiché quest’ultima sarebbe servita in qualche modo per ricordare nuovamente le azioni lodevoli di Prytanis e per rinnovare la gratitudine della città verso di lui in un’occasione appropriatamente solenne. [44] Il valore pubblico della proclamazione può anche essere visto dal punto di vista opposto, seguendo un passo di Demostene (Sulla corona 120): essa apporterebbe grande vantaggio soprattutto all’istituzione che la decreta, più che al beneficiato, per l’effetto emulativo che può suscitare nell’uditorio; sarebbe quindi nel diretto interesse dei proponenti assicurarsi che la proclamazione della corona avvenga in un’occasione adeguatamente prestigiosa e “internazionale”. Anche per questa ragione essenzialmente autocelebrativa, dunque, la proclamazione della corona per Prytanis sarebbe stata ripetuta nelle Grandi Panatenee a distanza di più di tre anni: per questo motivo dunque si potrebbe ipotizzare, per quest’occasione, l’assenza dell’onorato, la cui presenza fisica in questa circostanza ulteriore non sarebbe stata essenziale.
La responsabilità della realizzazione e della proclamazione della corona è attribuita agli strateghi e al tesoriere del fondo militare [Appendix epigraphica 1.1, 39–41]. Anche la prassi secondo la quale un particolare ufficiale o collegio di ufficiali veniva investito congiuntamente del compito della realizzazione e della proclamazione delle corone la ritroviamo occasionalmente dalla metà del IV secolo. Non mancano comunque casi in cui viene espressamente assegnato il compito della sola proclamazione. [45] Nel nostro testo, lo stesso tesoriere responsabile per la realizzazione della corona è anche incaricato della spartizione delle risorse per la pubblicazione del decreto. Non è espressa invece la provenienza di tali risorse economiche che venivano impiegate sia per cittadini ateniesi che per stranieri. [46]

Riguardo agli altri generi di corona, quelle d’ulivo avevano, com’è ovvio, un prestigio decisamente inferiore rispetto alle corone d’oro, ma comunque ne veniva fatto un largo uso, sia per cittadini ateniesi che per stranieri. Per quanto riguarda gli stranieri, si faceva uso di corone d’ulivo soprattutto in occasione della concessione di privilegi quali la prossenia e/o l’evergesia, l’isotelia e la stessa cittadinanza. Ciò che qui interessa è che venivano di frequente decorati con questo tipo di corona anche gli ambasciatori, [47] sia stranieri che ateniesi: per le delegazioni estere, la formula utilizzata spesso prevedeva la corona aurea per lo stato che mandava l’ambasceria, mentre per i singoli ambasciatori la meno illustre corona d’ulivo. [48] Questo fatto perciò sottolinea il prestigio di cui godeva Prytanis presso la città di Atene, e la considerazione in cui era tenuta la sua missione diplomatica.

– Alessandro Di Marzio
A Prytanis viene concesso il diritto di pranzare al Pritaneo [Appendix epigraphica 1.1, 44–45]. Il Pritaneo di Atene era l’edificio pubblico dove in origine era ospitato il primo magistrato, il pritano; vi era custodito il focolare sacro della città e potevano esservi accolti ospiti di particolare riguardo o cittadini benemeriti. [49] Simbolo della continuità della città, consacrato ad Estia, dea del focolare, della casa e della famiglia, il Pritaneo era il cuore simbolico e politico della polis. In esso sedevano i magistrati, si accoglievano gli ambasciatori e si celebravano le cerimonie pubbliche. Inoltre vi si prendeva il fuoco per fondare le colonie, e vi si tenevano sacrifici solenni e offerte agli dei.
Quando la sede dei pritani fu trasferita nell’Agorà, [50] l’edificio fu adibito ad accogliere i cittadini ai quali veniva riservato l’onore del δεῖπνον, il pranzo offerto dalla città per meriti nei confronti di essa. Tale pranzo onorifico valeva per un solo pasto. Colui che al contrario veniva onorato di sedere continuativamente alla mensa comune, cioè chi godeva del privilegio della σίτησις (vitto), era detto anche parasitos, con il significato di “mangio insieme, sono commensale”.
Plutarco [51] riferisce di cittadini illustri mantenuti a spese dello stato nel Pritaneo comead esempio Cleone che venne onorato del privilegio del vitto dopo la vittoria contro i Lacedemoni nella battaglia di Sfacteria, nel 425 a.C., durante la Guerra del Peloponneso.
La formula di invito all’ospitalità nel Pritaneo, ben nota dai primi decreti del V sec. a.C. in poi, è stata esaminata per la prima volta da W. A. McDonald. [52] In seguito lo studio di questa formula è stata ripresa da Osborne [53] e da Henry. [54] McDonald notò che il costume raggiunse il suo apice all’inizio dell’epoca ellenistica. Il termine πρυτανεῖον è relativamente poco frequente dopo la data del decreto per Prytanis (225/224 a.C.). [55] In Grecia, soprattutto ad Atene, era usuale invitare stranieri onorati ἐπὶ ξένια, piuttosto che ἐπὶ δεῖπνον, ma si verificano una serie di eccezioni, di cui l’iscrizione di Prytanis rappresenterebbe una conferma. Il testo dell’epigrafe dedicata a Prytanis ha attirato l’attenzione in particolare di Osborne, secondo il quale ἐπὶ δεῖπνον potrebbe effettivamente essere stato usato con persone che avevano agito o agivano per conto di Atene in qualche veste ufficiale, come vice-cittadini Ateniesi. Sebbene non concordi con gli altri casi presi in esame da Osborne, Henry accetta questa tesi nel caso di Prytanis, ma ritiene che non vi fosse una regola applicata rigidamente. [56] Rhodes [57] ritiene questa presunta anomalia come il possibile risultato di un semplice errore di formulazione.
L’invito al δεῖπνον è di regola riservato sia ai cittadini benemeriti che hanno guadagnato un riconoscimento pubblico sia agli ambasciatori di ritorno dalle missioni all’estero, i quali in virtù del proprio operato hanno meritato la convocazione. Il presupposto necessario per il conferimento degli onori sembra essere la dignità dell’onorato. [58]
L’oratoria di IV secolo, che riporta fedelmente il formulario ufficiale riscontrabile nel lessico epigrafico, ci informa specificamente della situazione di Atene, dove l’invito al Pritaneo nell’occasione del pasto per gli ambasciatori che rientravano a casa era comunemente associato al conferimento della lode o della corona di olivo, sacro ad Atena. [59]
La formula di invito ateniese ἐπὶ ξένια (così come la formula ἐπὶ δεῖπνον) presenta con regolarità l’indicazione della sede pritanica. La κοινὴ ἑστία invece non sembra essere mai menzionata negli inviti ἐπὶ ξένια ed ἐπὶ δεῖπνον, ma compare molto tardi (tra la prima metà del II sec. a.C. e la seconda metà del I sec. a.C.), quando ormai la prassi dell’invito ufficiale sembra estinguersi ad Atene, nella formula καλέσαι αὐτοὺς (εἰς τὸ πρυτανεῖον) ἐπὶ τὴν κοινὴν ἑστίαν τοῦ δήμου. Al contrario, fuori da Atene compare spesso la collocazione del focolare comune e meno regolarmente quella del Pritaneo. Ciò può plausibilmente dipendere dal fatto che ad Atene il Pritaneo ospitava il focolare comune, che invece altrove poteva trovarsi in sedi differenti. [60]
Inoltre sia δεῖπνον che ξένια sono legati alla stessa precisazione temporale dell’indomani: εἰς αὔριον, che ad Atene compare con costanza in entrambe le tipologie di invito e può essere interpretata come riguardo aggiuntivo, una garanzia che l’attesa dell’onorato non si protrarrà né verrà delusa, anzi sarà soddisfatta alla prima occasione possibile. [61]

La cerimonia di passaggio da straniero a ospite, riservata a chi per la prima volta veniva ringraziato dalla città per i servigi svolti, comprendeva in sé una fase rituale. A essa seguiva il pasto, riservato sia agli stranieri che avevano appena celebrato la cerimonia di ospitalità, sia ai cittadini benemeriti e ritenuti degni di essere convocati, sia agli stranieri che avevano precedentemente compiuto gli ξένια, se si fossero trovati in città e avessero goduto dell’invito per quella occasione. [62] Questi stranieri quindi si presentavano in veste di ospiti. È questo il caso di Prytanis: coloro a cui capitava di essere nuovamente onorati dalla città presso la quale ormai erano considerati ospiti, non dovevano essere più invitati agli ξένια, ma al momento successivo della cerimonia, dunque al banchetto. [63]

– Chiara Martina Papa

Fotografia dell’archivio OhioLINK Digital Resource Commons, a treasure trove of unique content from Ohio’s Colleges and Universities [https://drc.ohiolink.edu/handle/2374.OX/628]

Bibliografia

Ceccarelli, P. 2010. “Tragedy in the civic and cultural life of Hellenistic City-States.” In Beyond the Fifth Century, ed. I. Gildenhard e M. Revermann, 98–152. Berlino.
Cinalli, A. 2015. Τὰ ξένια. Collana Studi e Ricerche 27, Studi Umanistici – Antichistica. Roma 2015. http://www.editricesapienza.it/node/7626.
Culasso Gastaldi, E. 2003. “Abbattere la stele. Riscrittura epigrafica e riscrittura storica ad Atene.” Cahiers du Centre Gustave-Glotz 14:241–262.
Cuniberti, G. 2006. La polis dimezzata. Immagini storiografiche di Atene ellenistica. Alessandria.
Dow, S., and Edson, F. C. 1937. “A Study of the Evidence in Regard to the Mother of Philip V.” Harvard Studies in Classical Philology 48:127–180.
Gazzano, F. 2016. “Celebrity diplomacy? Poeti e attori nelle ambascerie delle città greche.” Ktèma 41:123–140.
Guarducci, M. 1929. “Poeti vaganti e conferenzieri dell’età ellenistica: ricerche di epigrafia greca nel campo della letteratura e del costume.” Memorie della Classe di Scienze Morali e storiche dell’Accademia nazionale dei Lincei, serie 6, vol. 2, 9:629–665. Roma.
———. 1969. Epigrafia Greca, II. Roma.
———. 1987. L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero. Roma.
Haake, M. 2007. Der Philosoph in der Stadt: Untersuchungen zur öffentlichen Rede über Philosophen und Philosophie in den hellenistischen Poleis. Monaco.
Habicht, Ch. 1982. Studien zur Geschichte Athens in hellenistischer Zeit. Gottinga.
Henry, A. S. 1981. “Invitations to the Prytaneion at Athens.” Antichthon 15:100–110.
———. 1983. Honours and privileges in Athenian decrees: The Principal Formulae of Athenian Honorary Decrees. Subsidia Epigraphica 10. Zurigo.
Kassel, R. 1985. “Der Peripatetiker Prytanis.” Zeitschrift f ü r Papyrologie und Epigraphik 60:23–24.
Le Bohec, S. 1993. Antigone Doson, roi de Macedoine. Nancy.
Mcdonald, W. A. 1995. “A Linguistic Examination of an Epigraphical Formula.” American Journal of Archaeology 59(2):151–155.
Momigliano, A. 1971. “La libertà di parola nel mondo antico.” Rivista storica italiana 83:499–524.
Moretti, L. 1967. Iscrizioni storiche ellenistiche. Testo critico, traduzione e commento. Firenze.
Nightingale, A. W. 2004. Spectacles of Truth in Classical Greek Philosophy: Theoria in its Cultural Context. Cambridge.
Osborne, M. J. 1981. “Entertainment in the Prytaneion at Athens.” Zeitschrift r Papyrologie und Epigraphik 41:153–170.
Piccirilli, L. 2002. L’invenzione della diplomazia nella Grecia antica. Roma.
Paschidis, P. 2008. Between city and the king. Atene.
Rhodes, P. J. 1984. “Ξενια and Δειπνον in the Prytaneum.” Zeitschrift f ü r Papyrologie und Epigraphik 57:193–199.
Sonnabend, H. 1996. Die Freundschaften der Gelehrten und die zwischenstaatliche Politik im klassischen und hellenistischen Griechenland. Hildesheim, Zurigo, e New York.
Tracy S. 2007. The Panathenaic games. Oxford.
Walbank, F. W. 1933. Aratos of Sicyon. Cambridge.
Walbank, F. W., A. E. Astin, M. W. Frederiksen, and R. M. Ogilvie. 1984. The Cambridge Ancient History, VII. 2nd ed.
Will, É. 1979–1982. Histoire politique du monde hellénistique. Nancy.
Woodhead, G. 1997. Inscriptions: The Decrees, in The Athenian Agora: Results of Excavations Conducted by the American School of Classical Studies at Athens. Princeton.

Appendix epigraphica 1.

Decreto onorario per Prytanis di Caristo, filosofo.

IG II3 I, 1147.

225/224 a.C.

     Non stoich., ca. 35
     Θεοί·
     ἐπὶ Ἐργοχάρου ἄρχοντος, ἐπὶ τῆς Ἱπποθωνν–
     τίδος τρίτης πρυτανείας, ἧι Ζωΐλος Διφί–
     λου Ἀλωπεκῆθεν ἐγραμμάτευεν· Μεταγειτνι–
5   ῶνος δευτέραι μετ ̓ εἰκάδας· ἑβδόμει καὶ εἰ v
     κοστεῖ τῆς πρυτανείας· ἐκκλησία ἐν τῶι θεά–
     τρωι· τῶν προέδρων ἐπεψήφιζεν Σπουδίας Μέ–
     μνωνος Ἀφιδναῖος καὶ συμπρόεδροι· vacat
     ἔδοξεν τεῖ βουλεῖ καὶ τῶι δήμωι·
10 Θούκριτος Ἀλκιμάχου Μυρρινούσιος εἶπεν· ἐ v
     πειδὴ Πρύτανις εὔνους ὢν τῶι δήμωι καὶ πολ–
     λάκις τὴν ἀπόδειξιν αὐτοῦ καὶ πρότερον πεπ̣ο–
     ημέν<η>ν̣ ἀποφηναμένων τῶν στρατηγῶν, παρα[v]–
     κληθεὶς ὑπὸ τοῦ δήμου καὶ δοὺς ἑαυτὸν ἀπροφ[α]–
15 σίστως εἰς τὴν κοινὴν χρείαν τῆς πόλεως ἀπ[ε]–
     δήμησεν〚 – – –c.21– – – 〛οὔτε πό v
     νον οὔτε κίνδυνον ὑπολογισάμενος οὐθένα v
     τῶν ἐσομένων οὔτε δαπάνης οὐδεμίας φ̣ροντί–
     σας, καὶ παραγενόμενος〚 – – –c.9– – – 〛καὶ διαλε̣–
20 χθεὶς ὑπὲρ τῶν κοινεῖ v χρησίμων μετὰ παρ<ρ>η–
     σίας ὡς ἂν ὑπὲρ ἰδία<ς πατρ>ίδος τὴν πᾶσαν σπ̣ου vv
     δὴν ποι<ο>ύμενος, ἀπήγγελκεν τῶι δήμωι περ[ὶ] τού–
     των ἐν οὐθενὶ καιρῶι προθυμίας οὐθὲν ἐν[λ]ελοι–
     π<ὼς> οὐδὲ τῶν καθηκόντων εἰς τὴν τοῦ δήμο̣υ̣v
25 χρείαν παραλείπων· ὅπως ἂν οὖν ὁ δῆμος ἐμ παν̣–
     τὶ καιρῶι μεμνημένος φαίνηται τῶν ἐκτενῶς
     τὰς χρείας αὐτῶι παρεσχημένων, vv ἀγαθεῖ τύ–
     χει, δεδόχθαι τῆι βουλῆι· τοὺς λαχόντας προ–
     έδρους εἰς τὴν ἐπιοῦσαν ἐκκλησίαν χρηματί–
30 σαι περὶ τούτων, γνώ<μ>ην δὲ ξυμβάλλεσθαι τῆς
     βουλῆς εἰς τὸν δῆμον, ὅτι δοκεῖ τῆι βουλῆι vv
     ἐπαινέσαι Πρύτανιν Ἀστυλείδου Καρύστιον
     καὶ στεφανῶσαι αὐτὸν χρυσῶι στεφάνωι κατὰ
     τὸν νόμον εὐνοίας ἕνεκα καὶ φιλοτιμίας, ἣν ἔ–
35 χων διατελεῖ περὶ τὴν βουλὴν καὶ τὸν δῆμον
     τὸν Ἀθηναίων, καὶ ἀνειπεῖν τὸν στέφανον τοῦ–
     τον Διονυσίων τῶν ἐν ἄστει τραγωιδοῖ[ς] τῶι
     καινῶι ἀγῶνι καὶ Παναθηναίων τῶι γυμν̣ικῶι,
     τῆς δὲ ποήσεως τοῦ στεφάνου καὶ τῆς ἀναγο vv
40 ρεύσεως ἐπιμεληθῆναι τοὺ[ς] στρατηγοὺς καὶ
     〚.〛 τὸν ταμίαν τῶν στρατιωτικῶν· εἶναι δὲ αὐτῶι
     διατηροῦντι τὴν αἵρεσιν εὑρέσθαι παρὰ τοῦ
     δήμου καὶ ἄλλο ἀγαθόν, ὅτου ἂν̣ δοκῆ̣ι ἄξιος εἶναι·
     καλέσαι δὲ αὐτὸν καὶ ἐπὶ δεῖπνον εἰς τὸ πρυτα–
45 νεῖον εἰς αὔριον· ἀναγράψαι δὲ τόδε τὸ ψήφισ v
     μα τὸν γραμματέα τὸν κατὰ πρυτανείαν ἐν στή–
     ληι λιθίνηι καὶ στῆσαι ἐν ἀγορᾶι· τὸ δὲ ἀνάλω–
     μα τὸ γενόμενον εἰς τὴν ἀνάθεσιν καὶ τὴν ἀνα–
     γραφὴν τῆς στήλης μερίσαι τὸν ταμί vvvvvvv
50 αν τῶν στρατιωτικῶν.
     incorona
     ἡ βουλή,
     ὁδῆμος
     Πρύτανιν.
Note epigrafiche: l. 16 e l. 19 rasura, rispettivamente di 21 e 9 lettere.

Footnotes

[ back ] 1. Plutarco, Vita di A rato 34.5–6, Pausanius 2.8.6. Entrambe le fonti potrebbero dipendere dalle memorie di Arato. Lo stesso Arato aveva provato, a seguito di una politica estera decisamente aggressiva, ad estendere la sua influenza sull’Attica (Aratus 24.3; 33.2), arrivando fino allo scontro con la Macedonia a Filacia. Secondo il racconto di Plutarco, la notizia della sconfitta di Arato e della sua presunta morte fu accolta con gioia ad Atene, che mostrò così notevole soggezione ai Macedoni; tuttavia, già qualche anno dopo, l’atteggiamento di Atene nei confronti del capo acheo mutò radicalmente.
[ back ] 2. Una parte della somma fu versata da Arato stesso; in particolare, nella narrazione di Pausania (2.8.6) si fa riferimento a un sesto dei 150 talenti.
[ back ] 3. IG II2 834; SEG XXVIII 107.
[ back ] 4. IG II2 835; IG II² 2334.
[ back ] 5. IG II2 1706.
[ back ] 6. A lui ogni anno gli efebi sacrificavano un toro.
[ back ] 7. Syll.3 476.
[ back ] 8. IG II2 838, il cui prescritto si riferisce ai medesimi giorni in cui furono decretati gli onori a Prytanis.
[ back ] 9. IG II2 838, 10–11.
[ back ] 10. Polibio 5.104.
[ back ] 11. Il nome completo del filosofo compare solo una volta nel testo [Appendix epigraphica 1.1, 32].
[ back ] 12. Guarducci 1927–1929.
[ back ] 13. Suda, ε3801 A. Εὐφορίων.
[ back ] 14. Ateneo 11.477e.
[ back ] 15. Polibio 5.93. Cfr. nota 10.
[ back ] 16. Piccirilli 2002:27.
[ back ] 17. IG II2 443: ἡβουλή, ὁδῆ̣μος Π[ρ]ύτανιν.
[ back ] 18. IG II2 1286; Moretti 1967:62–63.
[ back ] 19. Livio 31.44. La sistematicità delle erasioni auspicata dall’ekklesia non fu completa: sono numerose le iscrizioni con rasura del nome antigonide, ma molte altre sembrano sfuggite alla condanna epigrafica. Cfr. Culasso Gastaldi 2003:259–260.
[ back ] 20. Gazzano 2016:124–125.
[ back ] 21. È vero però che lo stesso termine compare in altri decreti onorari (come IG II3 1, 877) per indicare l’attività svolta da ambasciatori che non erano filosofi: fa riferimento, infatti, sia alla pratica dialettica e quindi al ragionamento filosofico sia, più in generale, all’abilità oratoria dell’ambasciatore.
[ back ] 22. Il termine παρρησία ha sì il significato di “libertà di parola”, ma anche di “virtù della franchezza”. Aristotele (Ethica Nicomachea 1124b.28–30;1165a.9) usa la parola solo in senso “non politico”, eccetto in un aneddoto riguardante Pisistrato (Athenaiôn Politeia 16.6): per il filosofo la παρρησία è una delle virtù del buon amico e dell’uomo magnanimo (Momigliano 1971:119–120; Haake 2007:94–97).
[ back ] 23. Paschidis 2008:195.
[ back ] 24. Il koinon beotico e gli Achei rinnovarono l’alleanza (228 o 227 a.C.) e il re di Macedonia promuove la formazione della nuova Lega ellenica (224 a.C.) in opposizione a Cleomene, re di Sparta. In questa situazione, Atene da un lato instaura relazioni diplomatiche con la Macedonia, dall’altro rafforza i legami con l’Egitto per assicurarsi una protezione in funzione antimacedone. Cfr. Cuniberti 2006:108–109.
[ back ] 25. Le Bohec 1993:188.
[ back ] 26. Il suo incarico a Megalopoli si deve collocare dopo il 224 a.C. (data dell’alleanza tra il koinon acheo e Antigono) e prima del 221 a.C. (anno della morte del re). Alcuni autori ritengono che la nomothesia sia precedente la distruzione della città. Cfr. Kassel 1985:351–352; Haake 2007:89.
[ back ] 27. Moretti 1967:63; Sonnabend 1996:282.
[ back ] 28. Dow-Edson 1937:170; Le Bohec 1993:187.
[ back ] 29. Nightingale 2004:48–49.
[ back ] 30. Riferire ai concittadini quanto discusso e dare conferma dell’impegno profuso per persuadere l’uditorio era un vero e proprio dovere. I concittadini chiedevano conto all’ambasciatore del suo operato in quanto le deliberazioni della polis si basavano su ciò che l’inviato riferiva: se il suo rapporto era veridico le decisioni prese sarebbero state utili, in caso contrario, dannose. Se l’ambasciatore non riportava correttamente, veniva intentato contro di lui un processo. Cfr. Piccirilli 2002:38–39.
[ back ] 31. Nightingale 2004; Gazzano 2016.
[ back ] 32. Guarducci 1987:118.
[ back ] 33. Henry 1983:43.
[ back ] 34. In particolare, Eleusi e i culti di Demetra per la corona di mirto; atti riguardanti Dioniso per quella di edera; Delo e Delfi per quella d’alloro. Vd. Guarducci 1987:118.
[ back ] 35. IG I3 102.
[ back ] 36. Henry 1983:23.
[ back ] 37. L’ultimo esempio pervenuto di registrazione del valore monetario della corona è in IG II2 467, risalente al 306/305, mentre la prima testimonianza riguardo a una corona “in conformità alla legge” è contenuta in IG II2 495.
[ back ] 38. Henry 1983:25–26.
[ back ] 39. Henry 1983:29.
[ back ] 40. Moretti 1967:63.
[ back ] 41. Ceccarelli 2010:115.
[ back ] 42. Per la presenza o meno di giochi alle piccole Panatenee, vd. Tracy 2007.
[ back ] 43. Tracy 2007:56.
[ back ] 44. Questione discussa diffusamente in Tracy 2007:53–58. Vd. anche Ceccarelli 2010:116–119.
[ back ] 45. E.g., IG II2 891 o SEG XXIV 135 (in cui l’incarico è assegnato agli strateghi); quest’ultimo potrebbe rappresentare l’unico esempio in cui la responsabilità della proclamazione ricade sull’agonoteta.
[ back ] 46. Cfr. IG I3 102; IG II2 212, 223, 330.
[ back ] 47. Henry 1983:38–39.
[ back ] 48. E.g. IG II2 456b e 466.
[ back ] 49. Erodoto 1.146; 3.57.
[ back ] 50. Guarducci 1987:119.
[ back ] 51. Plutarco, Solone 24.
[ back ] 52. McDonald 1955:151–155.
[ back ] 53. Osborne 1981:153–170.
[ back ] 54. Henry 1983:262–290, seguendo al più breve contributo in Henry 1981.
[ back ] 55. Per esempio, IG II2 1024, datata alla fine del II sec. a.C., rappresenta forse l’ultima iscrizione di questa forma di invito al pranzo comune.
[ back ] 56. Henry 1981:101–103; Id. 1983, 272.
[ back ] 57. Rhodes 1984:193–197.
[ back ] 58. Cinalli 2015:18–19.
[ back ] 59. Henry 1983:22–62; Guarducci 1969:22.
[ back ] 60. Guarducci 2015:22.
[ back ] 61. Guarducci 2015:27–28.
[ back ] 62. Guarducci 2015:38–39.
[ back ] 63. Guarducci 2015:39.